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Il calcio sta morendo: il 40% dei giovani non lo segue. Quali sono le cause?



Il progetto della SuperLega per il momento stenta a decollare per un attacco senza precedenti dei governi, federazioni, leghe e tifosi. Evidentemente c’è stato anche un problema di comunicazione nel presentarlo.

Perché nasce l’idea della Super League? La domanda da porsi è questa.

Dire che le società si vogliono arricchire ancor di più è errato, il problema è molto più grave e il fatto è che il calcio sta morendo.

Andrea Agnelli, presidente della Juventus, ha rilasciato ieri un’intervista a Repubblica in cui dice: “I più giovani vogliono vedere i grandi eventi e sono meno legati agli elementi di campanilismo che hanno segnato le generazioni precedenti, compresa la mia. Un terzo dei tifosi mondiali segue due club che sono tra i fondatori della Super League, il 10 per cento segue i grandi giocatori e non i club, due terzi seguono il calcio più per “il timore di perdere qualcosa” che non per altro, e il dato più allarmante è che il 40% per cento di coloro che hanno fra i 16 e 24 anni non ha interesse nel mondo del calcio. Andare a creare una competizione che simuli ciò che fanno sulle piattaforme digitali — come Fifa — significa andargli incontro e fronteggiare la competizione di Fortnite o Call of Duty che sono i veri centri di attenzione dei ragazzi di oggi, che spenderanno domani

Quindi la SuperLega nasce con l’obiettivo di salvare il calcio. Tralasciando se sia poi proprio questo format a risolvere i problemi, direi di elaborare le parole di Agnelli perché sono molto interessanti.

Quando andavo in prima elementare, nei primi anni 80, la maestra chiese: quale mestiere volete fare? La risposta classica era Astronauta e Calciatore.

Con il passare degli anni c’erano molti meno astronauti nei sogni dei giovani e molti più calciatori.

La causa, banale e squallida, era (ed è) l’attaccamento che i loro genitori davano al denaro.

Dopotutto quale è il mestiere più pagato senza dover studiare? Il giocatore di calcio.

Ironia della sorta Francesco Totti da piccolo voleva fare il benzinaio, a detta sua le motivazioni erano l’odore della benzina e l’attrazione per il portafoglio pieno di banconote.

Negli anni poi le cose sono cambiate, in positivo. Ho visto che i giovani hanno iniziato ad amare il calcio non per i soldi, ma per l’attaccamento alla maglia.

Alla domanda “Perchè vuoi fare il calciatore, per i soldi?” la riposta ha iniziato a essere “No, giocherei anche gratis per la mia squadra del cuore”.

Quella è l’essenza del calcio, così come della vita del resto.

Svincolarci dalla schiavitù materiale del denaro, liberarci e seguire le nostre passioni.

Tifare una squadra è senso di appartenenza e la si tifa sia se le cose vanno bene, sia se vanno male.

Sì è tifosi della Fiorentina sia quando si vince, sia quando si perde. Sia quando si vince un titolo, sia quando si riparte dalla C2. Questo prima che calcio, è vita.

Una volta si diceva “Posso cambiare mia moglie, ma la squadra del cuore no”.

Tempi passati, se parliamo dei giovani di oggi.

Badate bene, come non era colpa dei piccoli se 40 anni fa i ragazzi erano attratti dai soldi, non è colpa dei giovani se ora stanno perdendo interesse per il calcio e in generale stanno perdendo i valori.

La prima causa è la famiglia, che è venuta a mancare. Non si fanno figli e nelle famiglie in cui ci sono è difficile trovare situazioni felici. Molti divorzi e separazioni, spesso anche in casa.

Si perde così il primo esempio di amore e attaccamento verso quella che è la cosa a noi più vicina, la famiglia.

Famiglie dove padre e madre lavorano e abbandonano il figlio, lo lasciano solo con la scusa di dover portare soldi a casa, e così il giovane cresce da solo o, peggio ancora, con una formazione fatta da Internet.

A quel punto il senso di insoddisfazione, ma anche di esplorazione e il continuo bisogno di confrontarsi e formarsi nasce sulla rete. Con amici virtuali spesso, prima ancora che fisici.

Anche belle amicizie, che dal virtuale diventano reali, ma il punto è che sono strumenti informatici adesso a formare i giovani.

Nel mio libro Rivoluzione Digitale Italiana: dal colonialismo all’indipendenza digitale ho affrontato a lungo questo aspetto.

I giovani crescono ora con film su piattaforme On Demand e videogiochi. Sono questi a formarli, a dirgli cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Nel caso del calcio abbiamo due giochi che vanno per la maggiore Pro Evolution Soccer (PES) e FIFA. Nei primi anni del 2000 i due giochi avevano un numero di vendite simili, poi a partire dal 2009 con la nascita di FIFA Ultimate Team (FUT) è stato il gioco della EA ad avere la meglio.

Nella modalità FUT c’è la possibilità di comporre una squadra di fantasia. In teoria.

Si possono acquistare giocatori di tutto il mondo e metterli nel proprio team. Dico in teoria perché se non si è fortissimi e/o se non si spendono soldi è impossibile avere una squadra con giocatori forti.

Qui ci sarebbe da aprire un nuovo capitolo su FUT perché non mi piace l’idea che i giovani si avvicinano a due forme di problemi: spendere tanti soldi per un gioco, visto che c’è chi spende centinaia o addirittura migliaia di euro per farsi delle squadre forti, e avvicinarsi all’azzardo.

Non c’è la possibilità di acquistare con soldi diretti un calciatore virtuale, bisogna invece comprare dei pacchetti che non hanno molta differenza con delle slot machine.

Il problema è che molti giocatori sono minorenni. Vivono quindi quel senso di azzardo per l’apertura di un pacchetto. Magari non trovano quello che vogliono e ne comprano un altro. Un misto tra gratta e vinci e slot.

Come detto, questo merita un capitolo a parte e magari ne riparlerò in futuro, torniamo alla morte del calcio.

I ragazzi quando giocano con FUT non hanno una squadra del cuore per una semplice questione: devono essere competitivi.

Se si gioca, lo si fa per divertirsi, ma bisogna giocare ad armi pari.

Se io in FUT ad esempio volessi crearmi la Fiorentina e magari aggiungergli alcuni ex viola come Baggio non riuscirei ad essere competitivo. Verrebbero giocatori anche molto più scarsi di me nel gioco, ma con giocatori più forti.

Ecco perché primo ho detto “In Teoria” perché in realtà alla fine si tende a creare tutte squadre molto simili tra loro.

Se si prende l’attuale eSerie A TIM, evento bellissimo che stiamo raccontando sul sito eSportsItalia.com, tutte le squadre hanno almeno uno tra Cristiano Ronaldo e Ronaldo “il Fenomeno”.

Tutte. Anche la Fiorentina.

Voi mi direte “Giulio, ma come fa la Fiorentina ad avere il giocatore della Juventus!”, altri miei lettori invece mi diranno “Normale, Cristiano Ronaldo è il più forte!”.

Ecco qui la netta separazione tra due generazioni: nel primo caso avrete 30-40 anni o più, nel secondo caso avrete tra i 18 e i 30 anni circa.

Non è fantascienza, è mondo reale. Anche se andate allo stadio vedrete che di giovani ce ne sono pochi che vanno con le loro gambe. Negli ultimi anni stanno aumentando le famiglie che portano i piccoli e si tratta di una bella cosa, ma i giovani che vanno allo stadio sono pochi.

Tornando a FUT quindi il gioco consiste per lo più nel giocare tanto e/o spendere tanti soldi per comprare poi i calciatori più forti e se si tratta di Juventus, PSG, Barcellona non conta, è lo stesso.

Tutto uguale, tutto piatto.

Io nella mia squadra di FUT non ho nessun giocatore della Fiorentina! Vi sembra normale? Di nuovo risposta divisa tra due generazioni.

L’unica cosa che mi è rimasta della Fiorentina è il logo del club, ma anche lì nel gioco da qualche anno non esistono più solo quelli delle squadre di calcio, ma anche dei team eSports.

Sono tutti meccanismi che invece di avvicinare i giovani al mondo del calcio reale, li allontanano. Perché questa non è più una simulazione, è un gioco di fantasia dove il senso di appartenenza non esiste.

Prendiamo il caso emblematico di Cristiano Ronaldo, in pratica nel mondo competitivo lo hanno tutti i più forti gamer ed è quindi il sogno di tutti.

Lo vogliono perché lui è un grande simbolo? No. Lo vogliono perché quando tira nel gioco 99 su 100 segna. Semplice.

Se domani su FUT inserisse una nuova carta dal nome di Giulio Giorgetti più forte di Cristiano Ronaldo, tutti comprerebbero Giulio Giorgetti.

Giulio Giorgetti sarebbe in milioni di squadre di calcio anche se io non ho mai giocato in Serie A.

Quindi niente Fiorentina, niente Juventus, niente Cristiano Ronaldo. Zero appartenenza.

Per rendere ancora più esplicito il messaggio pochi giorni fa sono stati selezionati i giocatori che rappresenteranno la eNazionale FIFA 21, quindi la squadra eSports della nazionale azzurra.

Ebbene hanno giocato nella nazionale pochissimi italiani. In pratica, di nuovo, anche in nazionale, tutti avevano Cristiano Ronaldo e molti Pelé.

Altri avevano addirittura Zidane. Si proprio lui.

Guardate qui:

Dal 2009 ad oggi sono passati oltre 10 anni di ragazzi che giocano con queste logiche o, se vogliamo, non-logiche.

Di calcio c’è poco anche nella giocabilità, ma quello lo posso comprendere è un videogame, non un simulatore.

Quello che invece credo stia influendo negativamente sul calcio tradizionale è questa mancanza di aggregazione, famiglia e appartenenza.

Personalmente farei fare la prossima eSerie A TIM con squadre composte da soli giocatori di uno specifico club. Ad esempio mi va bene che l’Inter giochi con Ronaldo il Fenomeno, ma non può giocare con Cristiano Ronaldo.

Stesso discorso per la eNazionale, anzi li sarei anche più fiscale; dovrebbe giocare con gli attuali giocatori della nazionale azzurra da Donnarumma a Immobile come succede per PES.

Dal 2009 ad oggi sono milioni gli italiani che hanno giocato almeno una volta nella modalità FUT.

Molti come me lo fanno ormai da tanti anni, pensate ad un ragazzo che magari aveva 12 anni quando ha iniziato a giocarci e ora ne ha 24. Ha sempre vissuto con queste logiche e la Juventus la conosce solo perché sa che li ci gioca Cristiano Ronaldo.

Una volta si giocava ai videogame per rivivere le emozioni del calcio, adesso invece vedo che molti giocano anche durante la partita reale.

Un paradosso: gioca Cristiano Ronaldo in TV, ma il videogiocatore è alla console nello stesso momento ad usare la versione virtuale.

Un’altra cosa che farei è quindi quella di accompagnare il virtuale nel mondo reale. Per questo motivo oltre che far giocare la eSerie A con la vera squadra farei trasmettere in streaming il match allo stadio.

Ad esempio alle 19:00 allo stadio si trasmette Juventus – Fiorentina in modalità eSports e poi alle 20:45 giocano le squadre reali.

In questo modo si accompagna il pubblico dal virtuale a reale e si riportano di nuovo i giovani negli stadi.

Un ragazzo che magari ha gestito la sua squadra del cuore per tanto tempo, poi se la ritrova realmente allo stadio o comunque in TV.

Questo si che creerebbe un senso di appartenenza.

Gli eSports in particolare sono una grande opportunità per il mondo del calcio, perché permettono di alzare il livello del videogame e avvicinarlo al reale.

Se non si capisce questo il calcio andrà morendo e vedremo degli stadi vuoti. A quel punto non ci saranno più Juventus, Barcellona, Real Madrid, ecc. ma non ci saranno nemmeno più Fiorentina, Roma, Lazio, Bari, Foggia e via dicendo.

Gli stadi diventeranno dei nuovi colossei e ci si domanderà tra 1000 anni a cosa mai servissero.

Sono d’accordo con Agnelli sul fatto che si debba cambiare, ma probabilmente bisogna iniziare a creare una migliore linea narrativa tra videogame e calcio reale.

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Il gioco è riservato ai maggiori di 18 anni. Può provocare dipendenza. I bookmaker inseriti sono legali.

17 commenti

  • Ciao Giulio. Per tanti motivi, da anni ho abbandonato il mondo dei videogame, per cui non conosco la realtà attuale. Anche perchè ho un figlio di 14 anni che ( caso strano ) non ama ne il calcio ne i videogame. La sua passione vera è la natura, le piante, l’orto…. Qualcuno dirà ” Che bello! ” , si è bellissimo, ma alle volte percepisco che la sua è una voce fuori dal coro. Non è mia intenzione ” spingerlo” nel coro, lui seguirà le sue passioni e le sue velleità. Il mio auspicio è invece che molti sui coetanei, così come quelli che verranno, riescano a trovare il giusto equilibrio tra realtà vera e realtà virtuale.
    Faccio outing, dicendo una cosa che magari Giulio non ti piacerà. Uno dei motivi per cui ( avevo 24 anni ) ho letteralmente buttato via le consolle dei videogiochi, è perchè ero completamente “drogato” da esse. Ero talmente preso dal voler finire un torneo di FIFA, o vincere un GP, che non mangiavo più regolarmente, dormivo male, e , poichè lavoravo, non mi concentravo sul lavoro ma pensavo a rientrare a casa il prima possibile per giocare i quarti di Coppa Italia o chissà cos’altro. E mi facevo schifo.
    Il mio di allora è un caso limite, ma forse il focus va posto anche sul non eccedere con i videogames, per non essere risucchiati da essi. Quanto hai espresso nel post è condivisibile, sono ottime idee. Andrebbero create tante condizioni diverse: portare i ragazzi all’aria aperta, e fargli giocare a FIFA. Portarli a fare attività utili nel sociale, e organizzare un torneo di PES. Il tutto, partendo da un elemento che è venuto a mancare: il senso di responsabilità. Quello che manca in tutte quelle famiglie che preferiscono cedere al dubbio, alla tentazione o alla prima difficoltà piuttosto che stare li a lottare con sacrificio. Ogni persona a mio avviso deve trovare il modo di fortificarsi, da solo o in due se si è una coppia. Io personalmente l’ho riscoperto tramite la religione, ma ognuno è libero di trovare la propria via.
    Riportiamo il mondo ad una dimensione normale.
    Partendo dal calcio.

  • ps: sarò anche giurassico nei tempi e nei pensieri, ma Pelè, Zidane e Ronaldo con la maglia dell’Italia non si possono vedere….. 🙂
    E comunque, che ruolo avrebbe il virtual player Giulio Giorgetti ?
    Io lo vedo con quello che una volta era il classico numero 4, come avrebbe detto il buon Sandro Ciotti, il centromediano metodista, che puntella la difesa ed imposta l’azione per il centrocampo.

    • Rifinitore, maglia n.10 assist 99, dribbling 99, tiro 99. Comunque tutto superiore almeno di un punto a Ronaldo. Mi frega solo in altezza, 187 vs 178… sarà per questo che io sono più agile…

  • Bisogna perdonare questi giovani, non hanno conosciuto Roberto Baggio. All’epoca non c’era nemmeno l’HD eppure non è passato tantissimo.

    Spero sempre in un suo ritorno nel mondo del calcio, lui si che è un esempio positivo per tutti.

    • Per me il goal più bello di Baggio è stato quello al Napoli, quando giocava per la Fiorentina.
      Molto simile al coast to coast di Giorgione Weah in Milan – Verona.
      Solo che Weah era una ” bestia ” , in senso sportivo: attaccante di potenza.
      Baggio era la classe pura. Classe ed eleganza. Anche fuori dal campo.

      • Molto differenti quei goal. Baggio ha dribblato tutti e il pallone gli avversari se lo sono sognato, Weah è andato dritto per dritto fino a che due avversari si scontrati tra loro e gli hanno restituito gentilmente la sfera, poi lui è andato di nuovo dritto.

        Comunque per me quello non è il goal più bello di Baggio, è stato questo in Coppa Italia contro il Licata:

      • Per chiudere la parentesi su Baggio, questo è il goal che più mi ha emozionato. Ero allo Stadio Olimpico, mondiali 1990, e dissi ad alta voce in mezzo al pubblico quando la palla l’aveva Giannini: “Baggio è meglio di Maradona” e lui subito dopo fece questo:

        Da notare che Baggio era ancora “nuovo” giovava addirittura con il numero 15 invece che 10! 😀

  • Buongiorno,

    Giulio e Zioflair avete evocato una serie di temi talmente complessi che servirebbe una biblioteca per sviscerarli tutti a dovere! Comunque tenterò di essere sintetico per dire la mia.
    Ammetto di non essere interessato agli Esports e ai videogame in generale per cui non sono neanche molto ferrato in materia, ma credo che la spiegazione del loro successo sia spiegabile in termini psicoanalitici (non sono uno psicologo ma per passione ho letto qualche libro in argomento). Il meccanismo psichico è lo stesso di quello del tifo ma molto più intenso. Voglio dire che da anni gli psicologi ci dicono che il tifoso soffre e gioisce per la sua squadra a causa di una proiezione della propria persona sul club che tifa; detto meglio e in maniera cafona, se tifo Milan e segna il Milan esulto perchè è come se avessi segnato io. Se tifo Milan e il Milan perde mi dispero perchè è come se fosse un mio fallimento. E’ sottointeso che sia tutto un processo inconscio di cui non ci accorgiamo. Allora, se questa è la logica del tifo, si capisce che la stessa dinamica negli Esports diventa esasperata perchè viene meno il medium dell’ oggetto del tifo (la squadra reale), nel senso che gioco IO, tifo per ME STESSO, vinco e perdo IO. Per cui le emozioni rispetto al tifo tradizionale sono anche decuplicate, mi sembra naturale. E da qui l’ attrattiva che questa disciplina virtuale esercita. Il tutto non è scollegato dal momento storico che stiamo vivendo, che è un momento caratterizzato da un dilagante narcisismo, e cosa c’ è di meglio per un narcisista di sfidare un altro narcisista e batterlo? Il narcisismo è risaputo che deriva da traumi, ferite psichiche, sofferenze nelle prime fasi di vita, è un pò come se la mente si ribellasse a tutto ciò costruendosi un’ armatura fittizia impermeabile al dolore. Purtroppo però appunto, è soltanto fittizia per cui poi il dolore si sublima e prende altre vie, nei casi più gravi nelle forme del consumismo compulsivo, disturbi alimentari, dipendenze varie, paranoia, etc. Questa breve parentesi scientifica per ricollegarmi a quanto ha detto Giulio rispetto al ruolo della famiglia, alla perdita dei valori e del senso di responsabilità che sono la causa primaria di questo narcisismo, o senso di onnipotenza (chiamiamolo così) che alberga nelle giovani generazioni. Allora come riavvicinarle al calcio? Personalmente insisto su quanto ho già scritto ieri, del calcio ci si innamora principalmente giocandoci, secondariamente credo per tradizione familiare e per identificazione con i campioni. Allora se Agnelli vuole fare una riforma la faccia sul corso da allenatori a Coverciano e sui settori giovanili. Io ho avuto la fortuna/sfortuna di allenarmi nei settori giovanili di due squadre professionistiche e per me è stato un incubo, tattica, tattica, tattica, ci mancava solo che si dovesse portare il libro come a scuola, ed è risaputo che a scuola non si va molto volentieri. Per cui ripeto il concetto espresso ieri, lasciare la libertà di esprimersi sul campo a dei ragazzi di 14 anni è fondamentale, d’ altronde i fenomeni del passato durante l’ adolescenza giocavano per strada in cui notoriamente non ci sono tattica e principi di gioco. Però poi venivano fuori i vari Baggio, Del Piero, Totti, Zidane, o ancora più indietro Van Basten, Crujff, Platini e via dicendo. Quindi l’ innamoramento per il calcio penso passi anche e soprattutto da qui, con l’ ulteriore vantaggio che giocando senza pressioni si fa anche squadra, si possono immagazzinare valori e crescere sopperendo al vuoto della famiglia (eventuale).
    Vi ho tediato abbastanza, anzi, se qualcuno è arrivato fin qui è davvero uno stoico, per cui chiudo con una breve annotazione su quanto scritto ieri.
    Avevo detto che non si vedono più goal “alla Del Piero” e puntualmente Calhanoglu ne ha fatto uno simile, ma solo simile. Il turco prende palla, ha un difensore che lo marca a tre metri di distanza, prima di tirare tocca il pallone tre volte, prende la mira e la mette all’ incrocio. Ecco, Del Piero quel tiro lo faceva spesso partendo palla al piede lateralmente, accentrandosi pressato da uno o due avversari, e a testa bassa tirava piazzandola all’ incrocio, e alcune volte ci metteva anche un paio di dribbling come antipasto.
    Ho finito.

  • L’idea di mescolare virtuale e reale potrebbe essere utile ad avvicinare i ragazzi allo stadio. Rimango convinto che ad Agnelli non gliene può fregare di meno, e che il suo obiettivo fosse molto meno nobile e molto più a breve termine. E soprattutto, mi intristisce aver contribuito a creare una società in cui i ragazzi non hanno il piacere di giocare a pallone

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